Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta le bestie. – Kant

Elephant

“We can judge the heart of a man by his treatment of animals.”~ Immanuel Kant
Questo non è vivere
 
Photo: ClaudiaNatali|2014 – Rome 
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Nasi Goreng – riso fritto indonesiano

Nasi Goreng

 

Adoro esplorare profumi e sapori di altri continenti e ogni tanto mi cimento in ricette particolari, magari con qualche piccola modifica per adeguarla ai gusti della famiglia e cosi qualche sera fa ho voluto riproporre il Nasi Goreng, ovvero il riso fritto indonesiano, in versione vegetariana con del buon seitan fatto in casa, che avevo precedentemente fatto e poi congelato.

Ingredienti:

2 piatti di riso basmati cotto
Seitan
3 uova sbattute
1 scodella di germogli di soia
1 cipolla tritata
3 scalogni
2 peperoncini tritati
2 porri tagliati a julienne
4 cucchiai di olio
1 cucchiaio di soia dolce
1 cucchiaio di soia salaya
Sale e pepe

Procedimento: 

Far soffriggere la cipolla, gli scalogni e i peperoncini fino a farne sprigionare i profumi. Aggiungere il seitan e mescolare bene facendo ben dorare il tutto. Aggiungere quindi le uova precedentemente sbattute e strapazzatele. Unire quindi il riso, i due tipi di soia e farli amalgamare.  Aggiungere i germogli, i porri le spezie e mescolare bene. Servire caldo con verdure di stagione.

Piccoli accorgimenti:

– Io non sono particolarmente amante delle cipolle&Co. per cui se volete potete omettere gli scalogni o il porro o tutti e due. La versione che preparo a casa ha solo la cipolla come base e il gusto non perde;
– Per quanto riguarda la soia io uso solo la tamari perché generalmente ho solo quella in casa, quindi non fatevi il problema se non avete entrambi i tipi;
– Il riso deve essere necessariamente quello basmati che potete cuocere o normale oppure per assorbimento. L’importante è che quando lo mettete  in padella sia tosto e croccante. Non fate l’errore di aggiungere acqua mentre lo “spadellate” perché rischiate di fare, come direbbe Barbieri, un mappazzone.
Nulla vi vieta poi di aggiungere delle verdure a vostra scelta. certo vi discosta dalla ricetta originale ma la fantasia in cucina non ha limiti.

Selamat makan!

Tra moglie e marito…. un cuore di scamorza

Moglie e marito: cotoletta di melanzane con cuore di scamorza

Moglie e marito

 

Ingredienti:
2 grosse melanzane
Scamorza affumicata
Pomodoro cuore di bue grande

Affettare la melanzana nella parte più centrale per ricavare delle fette grosse ma non troppo spesse;
Tagliare la scamorza in fette;
Tagliare il pomodoro in fette sottili

Assemblare il tutto mettendo una fetta di scamorza e una di pomodoro in mezzo a due di melanzane.
La quantità delle cotolette dipende dalla vostra fame.
Io con una melanzana ne ho fatte 5

Ora qui potete procedere in due direzioni:
1) friggere in padella;
2) al forno

Personalmente non amo friggere, non avendo una vera e propria cucina, odio sentire la puzza di fritto che se ne va per casa, per cui quando posso cerco sempre delle soluzioni alternative. Cosi come cerco sempre alternative (chi mi segue lo sa) per l’utilizzo dell’uovo. La ricetta originale prevede infatti la solita “pastella” fatta da un uovo con un goccio di latte e poi passata nel pangrattato.
Io vi propongo la mia versione:

Pastella alternativa: 

– Farina di mais fioretto*
– Acqua
– Sale, pepe, noce moscata

Mettete la farina in una ciotola e aggiungete acqua fino a far risultare una pastella omogenea e liscia. La farina di mais tende ad assorbire molta acqua ma è importante che la mettiate poco per volta. Dopodiché aggiustate di sale, pepe e un pizzico di noce moscata (o spezie a vostra scelta, qui la fantasia e il gusto non ha limiti).
Immergete la cotoletta di melanzana nella pastella da entrambe le parti e poi adagiatela sul pangrattato cercando di coprire anche i bordi.
Ponetele poi sopra una teglia rivestita da carta forno e infornate a 180° gradi. Per quanto riguarda il tempo di cottura fate voi perché dipende dallo spessore che avrete dato alla vostra melanzana. Più è fina e meglio si cuoce.
Servite calde accompagnate da melanzane grigliate o verdure a vostra scelta.

*Se non avete la farina di mais, potete usare qualsiasi altra farina. 

Enjoy your meal!

Il post che mi farà perdere follower

Ovvero, come essere una donna ecologica anche in quei giorni

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Ebbene si. Parliamo proprio di quelle famose cinque giornate , chi più chi meno, che una donna deve  patire ogni mese  finché le sue ovaie lavoreranno. Per cui vien da se che l’argomento che andrò a trattare sarà molto particolare, e soprattutto delicato.
** Per cui astenersi donne che a 40 anni ancora chiamano “cosina” o “stellina” la loro vagina perché chiamarla per nome è troppo volgare, o donne che hanno un sacco di problemi a relazionarsi con la loro parte più intima, e uomini che non vogliono leggere questo post!**
Dunque, essere una donna green significa cercare di rispettare l’ambiente non solo con un’alimentazione più sana e genuina, ma anche rapportarsi nella vita di tutti i giorni dando un contributo per la salvaguardia di questo ambiente che un domani apparterrà ai nostri figli. Sono stata un portabandiera dei pannolini lavabili per mia figlia, come non potevo dunque cercare l’alternativa al classico assorbente? Così circa un anno fa girando in rete, con il proposito di migliorare,  mi sono imbattuta in una particolare “cosa” che mi ha aperto gli occhi su un mondo completamente a me sconosciuto ma che credetemi, ancora oggi mi domando perché non l’avessi usata prima.  Sto parlando della (rullo di tamburi) coppetta mestruale. Si tratta di un semplice “strumento” fatto in silicone, a forma di coppetta, per raccogliere le mestruazioni. Basta, nulla di così arcaico o tecnologico. L’alternativa ecologica ed economica agli assorbenti interni ed esterni. coppette_mestruali_samifarAll’inizio ero molto titubante. Ho letto moltissimo riguardo l’argomento per cercare di darmi coraggio nell’ordinare una cosa cosi strana e ancora poco conosciuta, ma girando su internet mi sono imbattuta in una ditta francese dai prezzi veramente competitivi e così mi sono detta: “ok la ordino, se non ce la faccio almeno non ho speso tanti soldi”. Con il passare dei giorni mi ero gasata all’idea di avere un qualcosa di diverso e non nego che quella è stata l’unica volta che non vedevo l’ora di avere il ciclo. Una pazza. Quando è arrivata ero piena di gioia e gaudio a tal punto da mostrarla a tutti qui in ufficio.  Immaginate cosi la scena di una me (vedi la foto del casting di BakeOff) che se ne va in giro per lo stabile con la coppetta in mano a fare una specie di quiz a premio a uomini e donne decantando nel contempo le preziose doti di questa “diavoleria”. Roba da film del ciclo “American Idiots” .
Giunta a casa la prima cosa che ho fatto è stata sterilizzarla. Pentolino, acqua bollente e via per una decina di minuti.  Una volta asciutta l’ho riposta nel suo sacchettino. E poi pazientemente ho aspettato il ciclo. Una volta arrivate è cominciato il mio viaggio alla scoperta della coppetta. Non nego che gli inizi sono stati traumatici. Non andavamo molto d’accordo e non riuscivo a capire perché. L’inserimento della coppetta avveniva come da istruzioni, e per una metodica come me non c’era parte che non avessi fatto. Eppure qualcosa non andava. A volte la mettevo giusta e a volte no e non riuscivo a capire perché. Nel primo mese  ho dovuto continuare a mettere dei salvaslip con mio grande dispiacere. Ma era diventata una questione di principio: dovevo farcela. Leggevo sui forum (si, esistono anche dei forum sulla coppetta -.- ) di gente soddisfatta al 100% che non mostrava problemi all’inserimento ma leggevo anche di gente che come me invece, ogni volta era una lotta. Dunque non ero la sola, ma volevo essere tra quelle che inneggiavano ai grandi benefici della coppetta.  Così mi prendevo del tempo e cercavo la soluzione più ottimale per il mio corpo. Nonostante alti e bassi però, già percepivo il netto miglioramento: il ciclo sembrava più corto e meno pesante da gestire. Le giornate passavano tranquille e spesso (quando non avevo incidenti) mi dimenticavo di avere sia l’uno che l’altro.  Fin qui tutto bene mi direte voi. La coppetta va svuotata ogni 4-6 ore (dipende dal ciclo) e questo va bene soprattutto quando si sta in ambienti domestici o comunque dove si ha una certa familiarità. E quando si ha a che fare con posti pubblici o bagni privi di acqua? ta-dà…. a voi la mia esperienza.

Eccolo li…  un giorno di maggio arriva la grande prova: un viaggio all’estero.  Non so per quale motivo ma il mio corpo vuole sempre omaggiarmi di un

20130530125740903compagno di avventure fedele e  di troppo. Dunque quel week-end non poteva essere da meno. Che fai non ci vai a Londra con il ciclo? Così partii per la bella capitale carica di sogni e con la coppetta mestruale al seguito. Appena atterrai all’aeroporto la prima cosa che feci fu testare i bellissimi bagni. Sapevo che non avrei trovato un bidet, ne tanto meno un lavandino dentro la stanza del trono, (figurarsi) cosi mi armai di bottiglietta d’acqua e salviette igieniche biodegradabili e entrai.
Certo la mia goffaggine non mi aiutò molto, ma il risultato fu meno traumatico di quello che in realtà si possa pensare. E li capii una cosa, probabilmente lo stile British di quei bagni cosi perfetti mi avevano illuminato. Avevo capito che quando inserivo la coppetta, non controllavo che tutti i bordi fossero ben aderenti alla parete e questo causava una falla nel mio fantastico sistema. Dovevo semplicemente compiere un giro d’assestamento per creare una specie di sottovuoto e risolvere così tutti i miei problemi.  Da quel momento la strada verso la felicità fu sempre in salita. Giravo per Londra senza problemi, non avevo nemmeno necessità di fermarmi ogni due per tre nei vari bagni della capitale e mi muovevo come se nulla fosse, dimenticandomi di avere il ciclo.

Poi purtroppo, mio malgrado sono dovuta tornare in patria, ma vabbhè questo è un discorso a parte.  Ma nel tornare a casa, la prima cosa che ho fatto è stata parlare con le mie amiche di questa coppetta. Certo, non sono convinte della cosa e hanno molti timori, ma solo il fatto di averglielo detto mi ha fatto sentire bene.
Dunque, alla fine di questo post lungo una quaresima, mi sento di consigliare questa coppetta a tutte le donne che vogliono dedicare maggiore attenzione all’ambiente e al proprio portafogli nonché alla propria salute. Volete delle ottime ragioni?

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1) Economica: l’investimento iniziale va dai 10 ai 30€ ma se pensate che questa vi dura dai 5-10 anni, fate un calcolo di quanto risparmiereste sull’acquisto degli assorbenti;
2) Ecologica: la cup si usa e riusa per molti anni. Basta sterilizzarla ogni fine ciclo. Gli assorbenti (come i pannolini) non sono rifiuti riciclabili, vale a dire che si accumulano nelle discariche producendo un grosso impatto ambientale difficile da smaltire;
3) Pratica: nonostante i problemi iniziali, la cup è facile da inserire e da togliere. Anche in caso di flusso abbondante dovrete cambiarla di meno rispetto agli assorbenti, e la notte non da assolutamente problemi.
4) Anallergica: il materiale usato è completamente compatibile con il nostro corpo, quindi questo implica che è del tutto naturale rispetto agli assorbenti che vengono trattati con sbiancanti e cloro. Senza contare il fatto che la pelle respira dal momento che non si trova a contatto con queste sostanze per tutta la durata del ciclo;
5) Sport e tempo libero: dal momento che è praticamente invisibile e confortevole la potrete usare durante la pratica sportiva e durante le giornate al mare senza imbarazzi vari;
6) Cambiare la mentalità: questo è uno degli aspetti più importanti su cui si basa la nostra società attuale. Siamo troppo abituati alla cultura dell’usa-e-getta a partire dai piatti e tovaglioli nell’uso domestico. Ma se pensiamo che una volta non c’era questo finto benessere, ci viene spontaneo e normale cercare di ritornare un pochino alle origini. I piatti si lavano, i tovaglioli anche, e cosi anche la coppetta mestruale diventa una valida alternativa da seguire per fare qual passo in più  verso il vero benessere e una presa di coscienza più consapevole.

Spero di avervi se non convinto, dato uno spunto green in più su cui pensare, per un domani migliore. In giro troverete moltissime informazioni tecniche e molti siti dove poterla acquistare, ma se volte farmi qualche domanda più personale non esitate a contattarmi. Sarò felice di condividere con voi la mia esperienza.

B per BakeOff

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Eccomi qua. Con la faccia stropicciata e il sorriso da ebete che mostro fiera una coccarda con un numero improponibile nemmeno fossi la concorrente di una mostra canina. E invece peggio.
Non sono amante degli show televisivi. O meglio mi piacciono ma guardo sempre le versioni inglesi/americane, che hanno un loro fascino insito nel doppiaggio, che riesce a comunicare le emozioni meglio dell’originale, e del fatto che sanno mascherare in maniera perfetta la finzione che si cela dietro. Vedi un Buddy Valstro che oltre a risollevare le sorti di pasticcerie di dubbio gusto, si ritrova alle prese con consulenze familiari nemmeno fosse Luca Barbareschi in C’eravamo tanti amati.
Se mettiamo poi che i programmi italiani hanno una verve pari a uno sturalavandini, allora eccolo li che la palpebra cala dopo il primo minuto. Se in tutto questo aggiungiamo poi una improbabile Benedetta Parodi che non si sa per quale oscuro motivo (magari perché è la sorella gemella della Parodi senior?) è diventata la maga del fornello sfornando non solo dolci ma anche libri che scalano le classifiche dei libri più kitsch venduti alle poste, allora questa la dice lunga.
Per cui, alla base di questo,  si è capito che la versione italiana di Bake Off Italia, io, non l’ho proprio seguita. Per principio e perché odio la Parodi.
Ma quando sono andata alla fiera di Roma per l’Hobby Show, mi sono imbattuta in Lucia Mosci, concorrente del  reality che teneva una mini lezione di pasticceria nello stand di una scuola di cucina. Ora non che io fossi andata li per lei, nemmeno sapevo chi fosse,  ma uscendo da li mi son detta: “se una che è nessuno, può tenere una lezione di cucina, quasi quasi per scherzare mi iscrivo al casting della prossima edizione”. E così facendo il giorno dopo, ho compilato il form.  Il risultato è ovvio, visto che nella foto vi ho svelato il finale della mia storia.  Ma non vi ho ancora detto la parte bella.

La mattina del casting, mi sono dovuta documentare per forza sui concorrenti della scorsa edizione, visto che sicuramente mi avrebbero fatto domande su di loro (e qui lasciamo perdere sul fatto che alla domanda “hai visto il programma? Io abbia risposto con un “visticchiato”). Ma la cosa sconcertante è stata scoprire che circa il 70% delle persone che erano li, come me, avevano seguito la versione UK, snobbando l’edizione nostrana, e dunque anche loro, quella mattina hanno fatto impennare le ricerche di google per carpire nomi e mestieri dei precedenti concorrenti.
Per cui a quel punto mi sono sentita meno sola. E meno in colpa.
Ora, l’epilogo è che non sono passata, non sono nemmeno arrivata a fare il terzo colloquio, ma credetemi che dopo 7 ore di attesa l’unica cosa che volevo, era di tornare a casa da mia figlia e salvare mio marito che pazientemente era fuori al freddo ad attendere il mio verdetto.
Ma sebbene io l’abbia presa come un gioco, come il passare una giornata diversa dalle altre, molte persone sono andate li convinte e fomentate dal fenomeno mediatico nel poter diventare il prossimo vincitore dell’ennesimo reality show, portando cosi a casa delusione e amarezza.
Ma è un mondo molto finto, che guarda essenzialmente all’aspetto estetico e al personaggio che potresti essere tralasciando un po’ ai margini  la parte significativa e centrale,  in questo caso la pasticceria. E non lo dico perché non sono passata credetemi.
Insomma guardatemi. Non sono tipo da televisione: non sono strana o eccentrica. Non ho foulard o occhiali strani, non sono una poeta o una cinica che crede fermamente di essere la più brava del mondo, e questo “loro” lo vedono e lo sanno. Per cui appena ti metti li a parlare con quelli che ti fanno il colloquio capiscono se potresti essere la prossima Ferrero o Stefanelli (Masterchef 3, e 2) oppure la prossima Madalina Pometescu (Bake Off Italia ) che sogna (ma guarda un po’ caso strano) di aprire una pasticcera, come credo il 90% delle persone me inclusa,  che si dedicano a questa arte tra le mura domestiche e non.
La televisione ci fa credere e sognare. Ci avvolge nel suo fantastico mondo fatto di lustrini e scene patinate, dona quei momenti di notorietà a gente fino a prima sconosciuta e ci allontana momentaneamente dai problemi veri con cui ogni giorno noi comuni mortali siamo costretti a lottare. Fanno aumentare la tua visibilità sui vari social che sembrano essere ora il punto forte della vita di una persona, e ti espongono ad un mondo che presto o tardi finirà. Volete sapere alla fine i concorrenti di questi talent cosa fanno? Leggete qua l’articolo del fantastico sito Dissapore, e ditemi poi la vostra. 

Comunque, alla fine di tutto i dolci che avevo portato (che sono i quattro cupcake adornati da fiori) ce li siamo mangiati a cena con tutta la famiglia, alla faccia dello chef di produzione che li ha assaggiati senza dare secondo me un giudizio critico costruttivo,  e porterò questa mia prima esperienza di pseudo televisione, come monito per migliorare sempre di più nelle mie preparazioni, per poter diventare un domani una grande pasticcera e poter dire: “E pensare che sono stata scartata al casting del reality Bake Off Italia!” 

Best Burger Buns

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Non sono mai stata una grande appassionata dei fast food. Specialmente dopo aver visto King Size Me la voglia di frequentare quei posti è scesa vertiginosamente, e in questo mi sono riproposta che mia figlia, finché sarò in grado di controllare la sua alimentazione, non varcherà tanto facilmente quei posti. A differenza di quello che possa sembrare, una cena in un posto del genere costa quanto una trattoriola a buon mercato alle porte della capitale. E sinceramente il gusto e la saluta nella scelta di quest’ultima ci guadagnano. Se poi calcoliamo che stiamo parlando di semplici panini farciti con roba che la si trova tranquillamente al supermercato, allora è un’altro paio di maniche. Ma ci può stare il discorso della “serata fuori” per cui alla fine se non se ne abusa può anche andare bene. Quello che non capisco è come mai in Italia il fast food sia prettamente onnivoro.
Quando l’anno scorso sono stata a Londra, la prima cosa che ho notato all’aeroporto è stato, oltre ad una vera invasione dei vari nomi e brand della ristorazione, il fatto che gli stessi offrivano panini vegetariani. E non erano nascosti o scritti in piccolo come le avvertenze delle medicine in pubblicità, no. Erano pubblicizzati al pari degli altri con tanto di foto e nomi che inneggiavano al “Veggie”. Certo, magari poi te li confezionano con le stesse mani che hanno da poco toccato un pezzo di carne, ma la volontà di non chiudere il mercato ad una porzione di clientela, è stata per me una grande cosa. Come gridare, “eccomi sono vegetariana e anche io mangio al fast food!”
Fatta questa premessa, il fatto che non sia patita di fast food, non vuol dire che non ami il cibo “spazzatura” anzi… così l’altra settimana mi è venuta in mente la splendida idea di cercare nella rete una ricetta che mi permettesse di produrre a casa degli ottimi panini da burger per poter replicare una serata “Veggie McClaudia”. Così cercando qua e la mi sono imbattuta in una recipe davvero ottima che in pochissimo tempo mi ha dato ben 8 panini belli e davvero buoni, che sono stati poi farciti con uno spettacolare Veggie Burger di lenticche. Il risultato? Ottimo, meglio dell’originale con la M gialla.

Ingredienti per 8 panini:
7 gr di lievito secco istantaneo (io ho preso quello della prova del cuoco e mi sono trovata bene, per nulla pesante)
455 gr Farina
235 ml di acqua calda
1 uovo grande
45 gr di burro ammorbidito
40 gr Zucchero bianco
8 gr di sale (circa 1 cucchiaino piccolo)
5 ml di olio EVO (serve solo per oliare un contenitore)

Copertura:
1 uovo sbattuto
Latte
Semi di sesamo

** Nella ricetta è previsto l’uso della planetaria. Ma se non l’avete, nulla vi toglie dal farlo a mano o con qualsiasi altro strumento per impastare.

Procedimento:
Foderare una teglia con carta da forno.
Mettere nella ciotola della planetaria il lievito, 1/2 tazza di farina e l’acqua. Mescolare leggermente con una frusta a mano e lasciar riposare l’impasto per circa 10/15 minuti.
Trascorso questo tempo, sbattere leggermente l’uovo, e metterlo all’interno dell’impasto ottenuto insieme al burro fuso, lo zucchero il sale e mischiare sempre con la frustina a mano.
Aggiungere la restante farina e impastare con la planetaria, frusta a gancio, per circa 5-6 minuti a velocità moderata.
Mano mano che si crea una palla, controllare di tanto in tanto l’impasto. Se dandogli un pizzicotto vi rimane della pasta sulle dita allora dovrete continuare a impastare. Se invece risulta elastico e appiccicoso ma non si attacca alle dita è ok. Questo processo come in tutti gli impasti è determinato molto dalle condizioni atmosferiche, quindi abbiate pazienza.

Prendere una ciotola e metterci un pochino di olio. Quando l’impasto è pronto formare una palla e metterla nella ciotola ungendo per bene l’impasto. Chiudere con carta stagnola o pellicola e lasciar riposare per circa 2h.

Finito il tempo, sgonfiare leggermente l’impasto ottenuto, metterlo sul piano di lavoro e formare una sorta di rettangolo leggermente arrotondato di circa 12×25 cm. A questo punto tagliare l’impasto partendo dal centro e facendo quindi una croce che andremo poi a suddividere fino ad ottenere 8 rettangolini da cui andremo a formare una specie di hamburger che saranno i nostri panini.

Mettere queste palline sulla carta forno dandogli l’aspetto dei panini. Mettere la pellicola senza chiudere ermeticamente e lasciar lievitare per 1h.

Preriscaldate il forno a 190° gradi.

Terminata l’ultima lievitazione, sbattere l’uovo con il latte e con un pennello da cucina passarlo sopra i panini. Spolverizzare poi la superficie con i semi di sesamo e infornare il tutto nella parte alta del forno (attenzione a questo perché è importante!) per circa 15-17 minuti.

Terminato il tempo di cottura, lasciarli raffreddare sopra una gratella 2014-03-14 19.43.05

Ed ora non vi resta che farcirli con veggie burgher, maionese, lattuga, pomodori o come la vostra fantasia e fame vi suggerisce!!!
Buona serata e buon appetito!

Torta al cioccolato vegana

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Come avrete capito sono golosa. Golosa di dolci e soprattutto di cioccolato, per cui non perdo mai occasione per farne uno e guai a far mancare anche solo un biscotto dalla mia dispensa. Cosi quando ho voglia di gustare un dolce senza grassi che non mi faccia sentire in colpa, o quando ho ospiti dell’ultimo minuto a cui voglio fare un dolcetto preparo sempre questa gustosissima torta completamente vegana, che oltre ad essere incredibilmente buona, fa lasciare tutti a bocca aperta quando gli si dice che non ha uovo, burro e latte.
Si fa davvero in 5 minuti: basta una ciotola e una frusta a mano.

Ingredienti: 

300 gr di farina 00 (oppure 0)
100 gr di zucchero di canna*
50 gr di cacao amaro in polvere
1 pizzico di sale
1 bustina di cremortartaro (o di lievito vanigliato)
100 gr di olio di mais
350 ml di acqua tiepida
Tempo di cottura: 25-30 minuti
Difficoltà: ★☆☆☆☆

1) Accendere il forno a 180° C.
2) Setacciare in una ciotola la farina e unire tutti gli ingredienti secchi e miscelateli tra loro;
3) Per ultimo unire l’olio e l’acqua tiepida poco alla volta e continuare a mescolare fino ad ottenere un impasto fluido ma non liquido. Di solito mi regolo con il famoso “nastro”
4) Oliare una tortiera, e versare il composto all’interno.
5) Coprire con carta da forno e infornare per 25-30 minuti. Vale la prova dello stecchino!

Sfornate la torta e a piacere spolverizzate dello zucchero a velo sopra.

La torta rimarrà morbida e umida per parecchi giorni. Ammesso che duri e che non finisca prima!
Se volete renderla più “seria” magari per qualcosa di importante potete fare sopra una gustosa glassa al cioccolato e magari tagliandola a metà e mettendoci la confettura di albicocca ecco una simil Sacher in formato vegano.

GLASSA:

100 gr di cioccolato fondente
50 gr di zucchero di canna
50 ml di latte di soia
2 cucchiai di olio di mais

Quando la torta è raffreddata preparate la glassa facendo sciogliere il cioccolato fondente a bagnomaria aggiungendo poi il latte mano mano. Quindi mettete anche gli altri ingredienti.
Quando la glassa è pronta versarla sopra la torta tramite o un cucchiaio o una spatola, aspettare che solidifichi e poi servirla.
Magari con qualche guarnizione di panna vegetale!

Non mi resta che augurarvi un dolce Buon appettito!!

* se non avete lo zucchero di canna, va bene anche lo zucchero bianco.
Ricetta tratta dal libro: La cucina etica facile – Sonda edizioni
Foto tratta da bambinizerotre.it 

Polpette di zucchine

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Adoro questa ricetta. Semplice e gustosa (perché cotta al forno) che si può fare anche all’ultimo minuto. E’ una ricetta che si presta anche come delizioso antipasto anche se noi preferiamo considerarlo un vero e proprio secondo, magari accompagnato da un vassoio di melanzane grigliate. Si possono gustare calde o fredde per cui sono ottime anche da portare a lavoro.  La variante vegana che vi propongo alla fine è ottima se siete vegetariani ma non potete usare di nuovo le uova. In questo caso è una valida alternativa. Provare per credere! 

Ingredienti x 4 persone variante Vegetariana: 

800 gr di zucchine (circa 2 grandi)
2 uova
150 gr di parmigiano
Basilico
Pangrattato q.b.
Olio EVO
Sale e pepe

A piacere: paprika, peperoncino, salsa tamari

Preriscaldare il forno a 180°. Io uso quello ventilato per cui regolatevi di conseguenza con il vostro forno.

Lavare bene le zucchine, grattugiarle in una ciotola dopodiché strizzarle per togliere l’acqua in eccesso e metterle in una ciotola pulita.
Aggiungere il basilico, il formaggio e le uova precedentemente sbattute, un pizzico di sale, pepe e a piacere qualche spezia.
Io adoro usare la paprika piccante e il peperoncino e un goccino di salsa tamari. Ma attenzione a non esagerare perché la salsa è già salata di suo.
Mescolare il tutto fino ad avere un composto omogeneo. A questo punto aggiungere il pangrattato fino ad avere un composto denso.
Formare delle polpettine che andremo ad adagiare su una teglia ricoperta da carta da forno.
Infornare per circa 30 minuti o fino a che non diventino dorate. A metà cottura rigirarle.

Una volta pronte servire le polpettine e buon appetito.

Variante VEGANA: 

Al posto delle uova possiamo usare latte vegetale di soia, al posto del grana possiamo mettere del tofu, oppure del pane bagnato nel latte vegetale oppure aumentare la quantità di pangrattato.
In questo caso la consistenza sarà leggermente più morbida, la cottura al forno simile ma dovrete stare attenti a non bruciarle troppo per cercare di renderle più compatte. Ma credetemi che non perderete nulla del gusto.

La scelta vegetariana

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**Attenzione: questo non vuole essere un post in cui spiegare i motivi etici per cui ho deciso di riavvicinarmi a questa scelta di vita. Vuole solo essere un post in cui esprimere le MIE personali considerazioni sull’argomento, spiegando che una vita sana, in completa armonia con l’ambiente, spendendo poco grazie all’auto produzione è possibile.**

Nonostante molte più persone si stiano avvicinando a questo stile di vita, ogni volta che pronuncio la parola vegetariana o vegana, ancora strabuzzano gli occhi nemmeno provenissi da Marte.

E li ovviamente scatta la solita domanda del perché di questa scelta. L’ultima proprio questa mattina, al ché mi sono limitata a rispondere: “perché si”.  La cosa che mi sconcerta più di tutte è che spesso la gente crede e pensa che vegetariano vuol dire una cucina complicata e laboriosa a cui serve dedicare moltissimo tempo. Questo perché mi sento dire e controbattere: “eh ma io non ho tempo almeno la fettina la prendi e la butti in padella” Come se chi è vegetariano non lavora, non ha vita sociale. E qui poi mi vien da pensare se chi fa questo ragionamento mangia la carne perché crede sia la strada più breve per l’alimentazione oppure perché prova davvero piacere nel mangiarla.

Il vegetariano in cucina

In realtà la cucina vegetariana e vegana non è poi cosi complicata come sembrerebbe. Come in tutte le cose, anche nella cucina onnivora, quello che serve è l’ organizzazione. Quando si ha questa, il tutto risulta molto più semplice e sbrigativo.

Nella mia famiglia abbiamo re-intrapreso questo cammino da qualche settimana, forse perché nonostante abbia dovuto interrompere per via della gravidanza (si lo so ma qui entriamo in un discorso senza fine) dentro di me ho sempre avuto una parte verde che mi stava chiamando, così complice un po’ il programma Masterchef e complice il fatto che adoro mangiare, mi sono rimessa ai fornelli con la voglia di esplorare gusti e sapori che da tempo avevo lasciato stare per via della mia bimba. Ora che lei ha tre anni ed è un tantino più autonoma posso finalmente dedicarmi a qualche “capolavoro” culinario” del tutto vegetale. E come saprete, con una bimba, un lavoro e 8 animali non ho moltissimo tempo a disposizione. Eppure mangiare sano si può.
In questo periodo cercando in rete mi sono imbattuta in moltissime ricette vegane e vegetariane che ho trovato perfette anche per il discorso di autoproduzione che stiamo mettendo in pratica. Cosi, mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato a fare biscotti, merendine, pane, pizza, maionese, panini al sesamo per degli ottimi Veggie Burger e via discorrendo, scoprendo non solo una grande soddisfazione nel dare alla mia famiglia qualcosa di sano e genuino fatto da me, ma anche nuovi sapori della terra e dell’orto che fino a qualche mese fa erano a me sconosciuti.  Ho scoperto la lievitazione grazie al lievito madre (vedi articolo) e la naturale bellezza dei germogli fatti in casa, di cui mio marito e mia figlia ne vanno pazzi.

Come fare

La cosa importante in questa scelta è cercare di equilibrare il modo di mangiare, cercando di variare il più possibile e scegliendo sempre frutta e verdura di stagione, possibilmente di provenienza italiana.  Ad esempio io mi rifornisco sempre dal mio amico magrebino che ha un negozietto vicino casa che ha sempre ottima frutta e verdura italiana di qualità. Con appena 5 euro mi porto a casa almeno 4 buste di roba e considerate che da noi ci sono anche i porcellini d’india che sono vegetariani! Per le uova ho scoperto da poco  una piccola azienda italiana a conduzione familiare, che per 7 euro ti fa portare a casa 30 uova (quindi sono circa 0.23€ al pezzo) freschissime allevate a terra. Certo l’allevamento sarebbe meglio quello del tipo “razzolamento free”, ma di certo sempre meglio delle uova di batteria di dubbia provenienza. Qui almeno ho la possibilità di poter vedere le galline. Mi direte voi che però bisogna stare attenti perché non ci sono controlli etc. E’ vero, ma come in tutto basta il buon senso. Se non sono sicura di queste uova certo non ci vado a cucinare cose a crudo tipo maionese o tiramisù, ma se proprio devo sappiate che le uova si possono tranquillamente pastorizzare in casa. In alternativa, per preparazioni particolari,  si possono comprare uova bio di allevamento a terra.
La seconda fase, come dicevo prima, è l’organizzazione. Io ad esempio mi strutturo mentalmente la settimana, pensando a grandi linee cosa fare e come equilibrare la presenza di uova, legumi,  proteine e carboidrati. La cosa più difficile da gestire  (secondo me) è l’uovo. Vuoi o non vuoi è onnipresente per cui è importante equilibrare anche con piatti vegani, i quali non richiedono l’uso di nessun prodotto di origine animale, con risparmio oltre che sulla nostra salute, anche in termini economici.
I piatti che richiedono una preparazione più laboriosa e lunga, come ad esempio il seitan fatto in casa o il muscolo di grano,possono essere realizzati in una giornata in cui si ha un po’ più di tempo aumentando la dose, in modo da poterlo congelare e averlo pronto per quando si vuole fare ad esempio un delizioso spezzatino, o delle scaloppine.
Come vedete dunque, strutturare una “dieta” vegetariana,  non è molto diversa da una con presenza di carne e pesce. Certo, mi direte voi, mangiare vegetariano costa, se ci si sofferma sulle farine e sui prodotti già pronti, ma credetemi che quello che si risparmia sulla maggior parte delle cose di uso quotidiano, lo si può reinvestire in qualcosa di più sano e meno dannoso per l’organismo.
Ieri ad esempio, mi sono portata a casa un dado granulare vegetale da agricoltura biologica priva di glutammato. E’ vero il dado posso farmelo a casa, il che sarebbe ancora meglio e su questo ci sto lavorando, ma intanto per il bene e la salute della famiglia, risparmiando su un pacco di biscotti ho potuto acquistare un prodotto più genuino.
Insomma, essere vegano o vegatriano oggi giorno non è cosi difficile. Fortunatamente ho potuto constare che inizia ad esserci una certa apertura mentale riguardo all’argomento e che i grossi supermercati hanno molti più prodotti rispetto a prima, per cui credo che spesso, dietro ci sia più un discorso di pigrizia e la scelta di non sapere come stanno davvero le cose.

Intendiamoci, non condanno il contadino che alleva la sua gallina o il suo maiale e se lo mangia, in quanto ha avuto quanto meno il coraggio di farlo con le sue stesse mani. Condanno il sistema che non ci permette di vedere come stanno realmente le cose, di come se si mangiasse meno carne, ci sarebbe meno fame nel mondo e di come per far spazio a industrie e campi si faccia razzia della nostra terra.  Ma qui entriamo in un discorso davvero ampio sulla scelta etica e morale. Non sono una portabandiera in quanto ho mangiato carne fino a un mese fa (con la consapevolezza di come quella carne veniva uccisa) ma un ritorno alle origini fa davvero bene all’anima e al cuore. E poi sinceramente, veder pascolare le mucche su un prato senza sentirmi in colpa non ha prezzo.